Calcolatore TFR 2026: quanto hai maturato e quanto ti resta netto

Quanto TFR hai maturato e quanto ti resta netto dopo le tasse. Coefficienti ISTAT reali dal 1982, non una media inventata. Se hai già l’importo lordo, usa la seconda scheda.

Calcolatore TFR 2026

Quanto hai maturato, quanto ti resta al netto delle tasse e quanto varrebbe la stessa cifra in un fondo pensione. Con i coefficienti ISTAT reali dal 1982.

Calcolo dal mio stipendio
Ho già l'importo lordo

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Di cui rivalutazione

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E se lo stesso TFR fosse andato in un fondo pensione?

Stesse quote, stesso periodo. Cambia come cresce il capitale e quanto ti tassano all'uscita.

TFR in azienda

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TFR nel fondo pensione

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Vedi il calcolo anno per anno

Il coefficiente ISTAT si applica solo al fondo accantonato al 31 dicembre dell'anno precedente, mai alle quote maturate nell'anno in corso.

Come sono calcolati questi numeri
    Cosa questo calcolatore non fa
    • La retribuzione utile per il TFR non coincide sempre con la RAL: il contratto collettivo può includere o escludere singole voci.
    • Il contributo aggiuntivo dello 0,50% si calcola sull'imponibile previdenziale, che non coincide con la retribuzione utile. Qui uso il 6,91% come sintesi delle due.
    • Non applico le detrazioni d'imposta previste per i redditi di riferimento più bassi, che valgono al massimo poche decine di euro.
    • L'Agenzia delle Entrate riliquida l'imposta usando l'aliquota media dei tuoi cinque anni precedenti. Il conguaglio può essere a debito o a credito e arriva anni dopo.
    • Per gli anni futuri la rivalutazione dipende da un'inflazione che nessuno conosce. Fino al 2025 uso i coefficienti reali, dal 2026 la tua ipotesi.
    • Il rendimento del fondo pensione è ipotizzato costante. Nella realtà oscilla, e un comparto garantito rende molto meno di uno azionario.
    • Il confronto considera solo il TFR. Non include i contributi volontari né quelli del datore di lavoro, che spesso sono il vero motivo per cui il fondo conviene.

    Il TFR è solo un pezzo del tuo futuro.
    Ho raccolto qui il metodo che uso per costruire un capitale con i versamenti periodici, i costi reali e gli errori da evitare.

    Vai alla guida ai piani di accumulo

    Stima a scopo informativo, non è consulenza finanziaria, fiscale o del lavoro. Importi nominali, non corretti per l'inflazione. Coefficienti ISTAT ufficiali fino al 2025, aliquote IRPEF 2026.

    Come si calcola il TFR, in tre passaggi

    La regola sta nell’articolo 2120 del codice civile ed è più semplice di quanto sembri. Tre passaggi: quanto accantoni, quanto si rivaluta, quanto ti tassano.

    1. La quota che maturi ogni anno

    Si prende la retribuzione utile dell’anno e si divide per 13,5. Fa il 7,41% dello stipendio lordo. Da lì si toglie il contributo aggiuntivo dello 0,50% previsto dalla legge 297/1982, che il datore versa all’INPS e recupera dalla quota TFR.

    Risultato pratico: ogni anno accantoni circa il 6,91% della tua retribuzione lorda. Su 30.000 euro sono 2.073 euro l’anno, poco meno di una mensilità.

    Come nasce la quota TFR di un anno Retribuzione lorda annua 30.000 € diviso 13,5 Quota lorda, il 7,41% 2.222 € meno lo 0,50%: 150 € Quota TFR accantonata 2.073 €, il 6,91% Art. 2120 codice civile e legge 297/1982

    Una regola che quasi nessuno conosce: i mesi in cui hai lavorato almeno quindici giorni di calendario contano per intero, gli altri non contano affatto. Se sei stato assunto il 20 marzo, marzo non entra nel calcolo. Se hai dato le dimissioni il 16 ottobre, ottobre entra tutto.

    2. La rivalutazione, se il TFR resta in azienda

    Il fondo accantonato al 31 dicembre dell’anno precedente viene rivalutato ogni anno con una formula fissa: 1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT FOI. Il TFR maturato nell’anno in corso non si rivaluta mai, e chi inizia e finisce un rapporto dentro lo stesso anno non riceve alcuna rivalutazione.

    Qui c’è il dettaglio che quasi tutti ignorano: su questa rivalutazione si paga un’imposta sostitutiva del 17% ogni anno, trattenuta dal datore di lavoro. Non la vedi in busta paga, ma erode il rendimento mentre matura. Non è sempre stato così: era l’11% dal 2001 al 2014 e prima del 2001 non esisteva affatto, motivo per cui le rivalutazioni più vecchie finiscono nell’imponibile della tassazione separata mentre quelle recenti no.

    Come si rivaluta il TFR in azienda Tasso fisso di legge 1,5% + 75% indice ISTAT FOI variabile Si applica solo al fondo già accantonato al 31 dicembre dell’anno prima Ogni anno il datore trattiene 17% di imposta sostitutiva Era l’11% dal 2001 al 2014, zero prima

    Va detta anche l’altra faccia. La rivalutazione insegue l’inflazione con il coefficiente 0,75, quindi in un periodo di inflazione alta il TFR in azienda perde potere d’acquisto per costruzione. Guarda cosa è successo davvero negli ultimi undici anni.

    Rivalutazione reale del TFR, anno per anno Coefficienti ISTAT ufficiali, lordi 20151,50% 20161,80% 20172,10% 20182,24% 20191,79% 20201,50% 20214,36% 20229,97% 20231,94% 20242,32% 20252,31% Al netto del 17%: 2022 vale 8,3%, 2023 solo 1,6%

    Il 2022 da solo vale più del quinquennio 2016-2020 messo insieme: 9,97% contro 9,43%. Ma è l’eccezione, non la regola. Sugli undici anni la media si ferma al 2,9% lordo, che al netto del 17% diventa 2,4% effettivo.

    3. La tassazione all’uscita

    Il TFR non si somma agli altri redditi dell’anno, altrimenti finirebbe tutto nello scaglione massimo. Si applica la tassazione separata degli articoli 17 e 19 del TUIR, che funziona così:

    1. Si calcola il reddito di riferimento, cioè l’imponibile moltiplicato per 144 e diviso per i mesi di servizio. Non per gli anni: per i mesi.
    2. Su quel reddito si applicano gli scaglioni IRPEF e si ricava l’aliquota media.
    3. Quell’aliquota si applica alle sole quote TFR, non alle rivalutazioni dal 2001 in poi che hanno già pagato la loro imposta sostitutiva.

    Gli scaglioni 2026, dopo la riduzione della seconda aliquota dal 35% al 33% introdotta dalla Legge di Bilancio, sono quelli pubblicati dall’Agenzia delle Entrate: 23% fino a 28.000 euro, 33% da 28.001 a 50.000 euro, 43% oltre.

    In pratica l’aliquota minima sul TFR è il 23%. Non esiste modo di scendere sotto, e sale rapidamente per chi ha stipendi alti e pochi anni di anzianità. Il paradosso è questo: a parità di importo, chi ha lavorato meno anni paga di più, perché lo stesso capitale spalmato su meno mesi produce un reddito di riferimento più alto.

     calcolo del TFR con quota annua e rivalutazione

    Da lordo a netto: quanto ti resta davvero

    La domanda che mi arriva più spesso è secca: ho tot euro di TFR lordo, quanto mi arriva? Dipende dagli anni, non solo dall’importo. Ecco alcuni casi calcolati con gli scaglioni 2026.

    TFR lordoAnni di servizioAliquotaImpostaNetto stimato
    5.000 €223,67%1.183 €3.817 €
    10.000 €523,00%2.300 €7.700 €
    20.000 €1023,00%4.600 €15.400 €
    40.000 €2023,00%9.200 €30.800 €
    60.000 €2523,28%13.967 €46.033 €
    100.000 €3026,00%26.000 €74.000 €

    Guarda la prima riga: 5.000 euro maturati in due anni pagano più del 23%, mentre 40.000 euro maturati in venti restano al minimo. È il reddito di riferimento che fa la differenza, non la cifra in sé.

    Sono stime a scopo di orientamento. Il calcolatore in cima alla pagina fa lo stesso conto sul tuo caso, e in modalità Ho già l’importo lordo ti permette anche di scorporare la quota di rivalutazione, che non va tassata due volte.

    Cosa entra e cosa non entra nella retribuzione utile

    Il calcolo parte dalla retribuzione utile, che non coincide quasi mai con la RAL. Il criterio dell’articolo 2120 è semplice: entra tutto ciò che ricevi in modo non occasionale, esce tutto ciò che è rimborso spese. I contratti collettivi però possono derogare, anche in senso peggiorativo.

    Voci che di norma entrano

    • Paga base, minimo contrattuale, superminimi individuali e collettivi
    • Tredicesima, quattordicesima e altre mensilità aggiuntive previste dal contratto
    • Scatti di anzianità e contingenza
    • Premi di rendimento, provvigioni e bonus corrisposti con periodicità
    • Straordinari prestati con continuità, maggiorazioni per turni e lavori disagiati
    • Indennità di mensa, festività non godute, indennità sostitutiva del preavviso

    Voci che restano fuori

    • Rimborsi spese e rimborsi chilometrici
    • Indennità di trasferta
    • Straordinario prestato in modo occasionale
    • Indennità sostitutiva di ferie e permessi non goduti
    • Somme una tantum di natura occasionale
    • Contributi versati dal datore a fondi pensione o fondi assistenziali

    Se vuoi il numero esatto, l’unica fonte affidabile è la voce del TFR accantonato che trovi in fondo alla busta paga, aggiornata mese per mese.

    Quando puoi chiedere un anticipo del TFR

    Il TFR si può incassare in anticipo, ma la legge mette tre paletti insieme, non alternativi.

    Le tre condizioni per l’anticipo 8 anni minimi di servizio 70% massimo del TFR maturato 1 sola volta nel rapporto Motivi ammessi dalla legge Spese sanitarie, prima casa, congedi Per colf e badanti le regole sono più permissive

    Servono almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore, l’importo non può superare il 70% del maturato e la richiesta si può fare una sola volta in tutto il rapporto. I motivi ammessi sono le spese sanitarie straordinarie, l’acquisto della prima casa per sé o per i figli e le spese durante i congedi parentali o di formazione. La domanda va presentata per iscritto con la documentazione a supporto, e i contratti collettivi possono prevedere condizioni migliori.

    Due precisazioni che cambiano il conto. L’anticipo viene tassato subito con la stessa tassazione separata, e resta comunque nel calcolo definitivo al momento della liquidazione. E sul fronte della rivalutazione, dall’anno della richiesta in poi si rivaluta solo la parte rimasta in azienda.

    Per colf e badanti le regole sono più larghe: il contratto collettivo del lavoro domestico consente di chiedere l’anticipo una volta all’anno, sempre entro il 70%, senza dover motivare con prima casa o spese mediche.

    I casi particolari: pubblico, domestico, aziende grandi

    Non tutti i lavoratori seguono lo stesso schema. Il calcolatore gestisce tutti e quattro i casi, ma vale la pena capire perché cambiano.

    Dipendenti pubblici: TFS oppure TFR

    La linea di frattura è il 1° gennaio 2001. Chi è stato assunto a tempo indeterminato prima di quella data è in regime di TFS, la vecchia buonuscita: si calcola prendendo l’80% dell’ultima retribuzione annua lorda, dividendo per 12 e moltiplicando per gli anni di servizio. Non c’è accantonamento anno per anno e non c’è rivalutazione ISTAT.

    Chi è stato assunto dopo, o chi ha aderito alla previdenza complementare passando volontariamente al TFR, segue esattamente le stesse regole del settore privato, con il 6,91% e la rivalutazione. Cambia però il custode: le somme sono accantonate presso l’INPS e i tempi di liquidazione seguono regole proprie, con possibile rateizzazione.

    Colf e badanti: attenzione a un errore diffuso

    Girano in rete calcolatori che dichiarano il TFR dei lavoratori domestici esente da IRPEF. È falso, e può costare caro. Il TFR di colf, badanti e baby sitter è soggetto a tassazione separata come quello di tutti gli altri lavoratori.

    La differenza è un’altra: il datore di lavoro domestico non è sostituto d’imposta, quindi non trattiene nulla e non presenta il modello 770. Di conseguenza è il lavoratore a dover dichiarare il TFR ricevuto nel quadro RM del modello Redditi, sezione dedicata ai redditi corrisposti da soggetti non obbligati alla ritenuta, versando il 20% a titolo di acconto. L’Agenzia delle Entrate riliquida poi l’imposta definitiva sulla base della media dei redditi dichiarati.

    Chi si fida di quei calcolatori e non presenta la dichiarazione si ritrova con un debito e le sanzioni per omessa dichiarazione. Nell’anno in cui si riceve il TFR la dichiarazione va presentata sempre, anche da chi normalmente ne sarebbe esonerato per reddito basso.

    Aziende sopra la soglia dimensionale

    Se lavori in un’azienda che supera la soglia di addetti prevista dalla legge, il TFR non resta in azienda ma viene versato al Fondo di Tesoreria INPS. Il meccanismo di calcolo, la rivalutazione e la tassazione restano identici: cambia solo chi custodisce il denaro, con il vantaggio non trascurabile che il tuo TFR non è più esposto al fallimento del datore.

    Dal 1° luglio 2026 la scelta non è più la stessa

    Fino a giugno 2026 chi veniva assunto aveva sei mesi per decidere dove mandare il TFR, e il silenzio produceva il conferimento al fondo contrattuale solo allo scadere del semestre. La Legge di Bilancio 2026, cioè la legge 30 dicembre 2025 numero 199, ha ribaltato la logica.

    Il TFR di chi non sceglie Assunto prima del 1° luglio 2026 Hai sei mesi di tempo per decidere. Se non decidi, il TFR va al fondo contrattuale allo scadere del semestre. Prima assunzione dal 1° luglio 2026 Sei dentro il fondo dal primo giorno. Hai 60 giorni per rinunciare, poi la scelta diventa irreversibile. Legge 199/2025, deliberazione COVIP 19 giugno 2026
    • Chi viene assunto per la prima volta dal 1° luglio 2026 è considerato aderente alla previdenza complementare fin dal primo giorno, salvo rinuncia esplicita entro 60 giorni. Nel fondo confluiscono il TFR maturando e i contributi previsti dal contratto collettivo, sia quello del lavoratore sia quello del datore.
    • Chi era già assunto prima di quella data resta sotto la disciplina precedente, con il termine dei sei mesi e nessun nuovo adempimento.
    • Il limite di deducibilità dei contributi volontari sale da 5.164,57 a 5.300 euro annui. Il TFR conferito resta escluso dalla deduzione, perché non ha mai concorso a formare il reddito.
    • La COVIP ha pubblicato le istruzioni operative con la deliberazione del 19 giugno 2026, che sostituisce le direttive del 2008.

    Il punto che conta per te: una volta che il TFR è finito nella previdenza complementare, la scelta è irreversibile. Puoi cambiare fondo, non puoi riportare le quote in azienda. Vale la pena capire i numeri prima, non dopo. I dettagli ufficiali sono sul portale del Ministero del Lavoro dedicato alla previdenza complementare.

    Azienda o fondo pensione: dove si decide davvero

    Il confronto si gioca su due leve, non su una: come cresce il capitale e quanto ti tassano all’uscita. Il calcolatore in cima alla pagina mette le due strade una accanto all’altra sui tuoi numeri.

    VoceTFR in aziendaTFR nel fondo pensione
    Quanto versi6,91% della retribuzione6,91% della retribuzione
    Come cresce1,5% più il 75% dell’inflazione, per leggeRendimento del comparto scelto, variabile
    Tassa sulla crescita17% ogni anno sulla rivalutazione20% sul risultato di gestione, 12,5% sulla quota in titoli di Stato
    Tassa all’uscitaAliquota media IRPEF, minimo 23%Dal 15% al 9%, in base agli anni di adesione
    Quando lo prendiAlla fine del rapporto di lavoroAl pensionamento, con anticipazioni possibili
    RischioNessun rischio di mercato, ma rischio di insolvenza del datoreRischio di mercato pieno, capitale non garantito
    ReversibilitàPuoi cambiare idea in ogni momentoScelta irreversibile

    La riga che sposta più soldi è la penultima. Chi resta trentacinque anni in un fondo pensione paga il 9% sulla prestazione finale, contro un minimo del 23% sul TFR aziendale. Sono quattordici punti percentuali sullo stesso capitale, e non dipendono da come vanno i mercati.

    Quanto ti tassano all’uscita TFR in azienda 23% minimo, sale al 43% non scende mai Fondo pensione 15% scende fino al 9% in base agli anni Come scende l’aliquota del fondo pensione 15% 12% 9% 15 anni 25 anni 35 anni Meno 0,30 punti per ogni anno oltre il quindicesimo

    La riduzione funziona così: si parte dal 15% e si scende di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al minimo del 9%. Le regole complete sono nelle FAQ della COVIP sul trattamento fiscale, l’autorità che vigila sui fondi pensione.

    Quando invece conviene lasciarlo in azienda

    Se cerchi un articolo che ti dica che il fondo pensione vince sempre, questo non è quello giusto. Prova a impostare nel calcolatore un rendimento dell’1% e un ISC del 2%: il TFR in azienda esce davanti. Sono le situazioni in cui succede.

    • Comparto garantito e inflazione alta. Un comparto garantito rende poco per costruzione. Se l’inflazione corre, la rivalutazione di legge lo batte senza fatica: nel 2022 il TFR ha fatto quasi il 10% lordo.
    • ISC sopra il 2%. Alcuni PIP hanno costi che si mangiano gran parte del vantaggio fiscale. Il costo è l’unica variabile certa in anticipo: guardalo prima del rendimento passato.
    • Orizzonte corto. Sotto i quindici anni l’aliquota resta ferma al 15% e il tempo per capitalizzare è poco. Il vantaggio si assottiglia.
    • Ti servirà quel denaro prima della pensione. Il TFR in azienda lo incassi a ogni cambio di lavoro. Dal fondo pensione esci solo alle condizioni previste dalla legge, e con aliquote meno favorevoli.

    C’è poi la variabile che ribalta tutto e che il calcolatore non tocca: il contributo del datore di lavoro. Molti contratti collettivi lo riconoscono solo se versi anche tu una quota volontaria. È denaro aggiuntivo che non riceveresti in nessun altro modo, e in genere vale più di qualsiasi differenza di rendimento. Controlla il tuo CCNL prima di decidere.

    I limiti di questo calcolo, detti chiaramente

    Un calcolatore che non dichiara le proprie approssimazioni è un calcolatore di cui non fidarsi. Ecco le mie.

    • La retribuzione utile non è la RAL. Dipende dal contratto collettivo applicato. Il 6,91% è la regola generale, non la tua busta paga.
    • Il contributo dello 0,50% si calcola sull’imponibile previdenziale, che non coincide con la retribuzione utile per il TFR. Il 6,91% è la sintesi delle due grandezze, non il risultato di un conto separato.
    • L’Agenzia delle Entrate riliquida l’imposta. L’aliquota applicata dal datore è provvisoria: il ricalcolo definitivo usa l’aliquota media dei tuoi cinque anni precedenti e può arrivare anni dopo, a debito o a credito.
    • Non applico le detrazioni d’imposta previste per i redditi di riferimento più bassi. Valgono al massimo qualche decina di euro, ma il tuo netto reale può essere leggermente più alto.
    • Gli stipendi passati sono ricostruiti partendo da quello attuale e dalla crescita media che indichi. Se la tua carriera ha avuto salti, il risultato si discosta.
    • Per gli anni futuri la rivalutazione è un’ipotesi. Fino al 2025 uso i coefficienti ISTAT reali, dal 2026 in poi l’inflazione che imposti tu.
    • Il rendimento del fondo pensione è ipotizzato costante. Nella realtà oscilla, e la sequenza dei rendimenti conta.
    • I valori sono nominali, non corretti per l’inflazione. Fra trent’anni 100.000 euro compreranno molto meno di oggi, in entrambe le colonne.
    • Il confronto considera solo il TFR. Non include i contributi volontari né quelli del datore, che spesso sono il vero motivo per cui il fondo conviene.

    Cosa ho fatto io con il mio TFR

    Nelle prime aziende in cui ho lavorato ho rimandato per parecchio tempo l’adesione al fondo di settore. Col senno di poi ho aspettato troppo, e la cosa fastidiosa è che non ho perso rendimento: ho perso soldi del mio datore di lavoro, che sono la parte che non recuperi più.

    Quando poi ho aderito, il conto era questo: io mettevo il 2% dello stipendio, l’azienda ne aggiungeva il 3%. Quel 3% è la ragione per cui ho firmato, non il vantaggio fiscale e nemmeno le proiezioni di rendimento. È denaro che non esiste in nessun’altra forma: se non aderisci non lo ricevi, non ti viene messo in busta paga, semplicemente non ti spetta. Ogni mese in cui ho tergiversato è stato un mese di quel 3% regalato indietro.

    Quello che mi frenava erano i costi, e resta il punto debole di tutto il settore. Non sono incisi nella pietra: i fondi li cambiano nel tempo, e la scheda dei costi che leggi oggi non è quella che pagherai fra dieci anni. È un paradosso, perché il costo è l’unica variabile che puoi conoscere in anticipo, ma è anche l’unica che l’altra parte può muovere dopo che hai firmato. L’ISC va ricontrollato ogni tanto, non guardato una volta e archiviato.

    Sulla scelta del comparto sono stato deciso: ho preso la linea più aggressiva, prevalentemente azionaria. A oggi quella posizione ha reso più del 100%. Tre precisazioni doverose, perché quel numero da solo dice poco: è un risultato cumulato su molti anni e non un rendimento annuo, arriva da un periodo che è stato favorevole ai mercati azionari, e con un comparto garantito la storia sarebbe stata completamente diversa. Chi entra oggi non trova le stesse condizioni di partenza, e non ho modo di sapere se il prossimo decennio somiglierà a quello passato.

    C’è una cosa che mi ripeto ogni volta che guardo quella posizione: sono soldi blindati. Tirarli fuori prima del tempo ha costi altissimi e condizioni strette, molto meno comode di quelle del TFR lasciato in azienda, che invece incassi a ogni cambio di lavoro. È un vincolo che ho accettato consapevolmente, ma è un vincolo vero e non va minimizzato.

    Quando ti direi di non fare come me. Tre casi in cui la mia strada non è la tua:

    • Se il tuo contratto non prevede alcun contributo del datore. Senza quel pezzo il calcolo diventa molto più freddo e va rifatto con i numeri veri, perché resta solo il confronto tra rendimento atteso e rivalutazione di legge. Il calcolatore in cima alla pagina serve esattamente a quello.
    • Se sospetti che ti serviranno quei soldi prima della pensione. Un acquisto, un periodo senza lavoro, un imprevisto familiare. Il TFR in azienda in quei casi è molto più liquido, e la liquidità ha un valore che nessuna proiezione mette in tabella.
    • Se una linea azionaria ti toglierebbe il sonno. Io ho retto le discese perché quei soldi li avevo già mentalmente messi via per decenni. Chi apre l’estratto conto e si spaventa vende nel momento sbagliato, e a quel punto il comparto aggressivo diventa il danno, non il vantaggio.

    Il criterio con cui guardo questa scelta oggi è lo stesso: non parto dal rendimento atteso, che nessuno conosce, ma dalle due variabili concrete, cioè quanto ci mette il datore di lavoro e quanto costa il fondo. Se c’è un contributo aziendale sul piatto il calcolo si sposta a favore del fondo prima ancora di aprire un foglio di calcolo. Se l’ISC supera il 2% smetto di guardare i rendimenti passati e passo oltre.

    Da leggere dopo

    Domande frequenti sul TFR

    Quanto TFR maturo ogni anno?

    Circa il 6,91% della retribuzione lorda annua. Si ottiene dividendo la retribuzione utile per 13,5, che fa il 7,41%, e togliendo il contributo aggiuntivo dello 0,50% previsto dalla legge 297/1982. Su una retribuzione di 30.000 euro sono 2.073 euro all’anno.

    Quanto viene tassato un TFR di 40.000 euro?

    Dipende dagli anni di servizio, non solo dall’importo. Su 40.000 euro maturati in venti anni il reddito di riferimento è 24.000 euro, quindi si applica l’aliquota minima del 23%: l’imposta è di 9.200 euro e restano circa 30.800 euro netti. Gli stessi 40.000 euro maturati in dieci anni sconterebbero un’aliquota più alta.

    Cinquemila euro di TFR quanto fanno netti?

    Su 5.000 euro lordi maturati in due anni il reddito di riferimento è 30.000 euro e l’aliquota media risulta del 23,67%. L’imposta è di circa 1.183 euro e restano circa 3.817 euro netti. Con un periodo di servizio più lungo, a parità di importo, il netto sarebbe più alto.

    Quante tasse si pagano sul TFR lasciato in azienda?

    Due prelievi distinti. Sulla rivalutazione annuale si paga un’imposta sostitutiva del 17%, trattenuta ogni anno dal datore di lavoro. Sulle quote accantonate si paga la tassazione separata all’uscita, con l’aliquota media IRPEF calcolata sul reddito di riferimento: il minimo è il 23% e sale fino al 43%.

    Quanto si paga di tasse sul TFR versato in un fondo pensione?

    Sui rendimenti maturati il fondo paga un’imposta sostitutiva del 20%, che scende al 12,5% sulla quota investita in titoli di Stato. Sulla prestazione finale si applica un’aliquota del 15%, ridotta di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al minimo del 9% dopo trentacinque anni.

    Come si rivaluta il TFR in azienda?

    Il fondo accantonato al 31 dicembre dell’anno precedente si rivaluta con un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Nel 2022 il coefficiente ha raggiunto il 9,97%, nel 2023 è sceso all’1,94%. La regola è nell’articolo 2120 del codice civile.

    Quando posso chiedere un anticipo del TFR?

    Servono almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, l’importo non può superare il 70% del TFR maturato e la richiesta si può presentare una sola volta nel corso del rapporto. I motivi ammessi sono le spese sanitarie straordinarie, l’acquisto della prima casa e le spese durante i congedi. I contratti collettivi possono prevedere condizioni migliori.

    Il TFR di colf e badanti è esente da tasse?

    No, è un’informazione sbagliata che circola su diversi siti. Il TFR dei lavoratori domestici è soggetto a tassazione separata come quello di tutti gli altri lavoratori dipendenti. La differenza è che il datore di lavoro domestico non è sostituto d’imposta e quindi non trattiene nulla: il lavoratore deve dichiarare il TFR nel quadro RM del modello Redditi e versare il 20% a titolo di acconto.

    Che differenza c’è tra TFR e TFS per i dipendenti pubblici?

    Il TFS, o buonuscita, spetta a chi è stato assunto a tempo indeterminato prima del 1° gennaio 2001 e si calcola prendendo l’80% dell’ultima retribuzione annua lorda, dividendo per 12 e moltiplicando per gli anni di servizio, senza rivalutazione ISTAT. Il TFR riguarda chi è stato assunto dopo, oppure chi ha aderito alla previdenza complementare, e segue le stesse regole del settore privato.

    Posso riportare in azienda il TFR già versato al fondo pensione?

    No. Il conferimento del TFR alla previdenza complementare è irreversibile. Puoi trasferire la posizione a un altro fondo pensione, ma non riportare le quote in azienda. La scelta di mantenere il TFR in azienda, al contrario, resta modificabile in qualsiasi momento.

    Cosa cambia con il silenzio assenso dal 1° luglio 2026?

    Per chi viene assunto per la prima volta dal 1° luglio 2026 l’adesione alla previdenza complementare è automatica: senza una rinuncia esplicita entro 60 giorni, nel fondo confluiscono il TFR maturando e i contributi previsti dal contratto collettivo. Per chi era già assunto prima di quella data continua ad applicarsi il termine dei sei mesi previsto dalla disciplina precedente.

    Conviene sempre spostare il TFR nel fondo pensione?

    No. Il fondo pensione perde il confronto quando i costi sono alti, perché un ISC sopra il 2% erode gran parte del vantaggio fiscale, quando il comparto scelto è garantito e l’inflazione è elevata, o quando l’orizzonte è inferiore a quindici anni. Va anche considerato che dal fondo si esce solo alle condizioni previste dalla legge, mentre il TFR in azienda si incassa a ogni cambio di lavoro.


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    Sal @ Rendite Passive

    Investitore autonomo dal 2006. Anni di trading profittevole sui mercati. Finanziariamente indipendente. Fondatore di RenditePassive.net. Scrivo per Money.it. Citato da Il Sole 24 Ore e Scalable Capital come riferimento per l’educazione finanziaria in Italia.

    Nessuna piattaforma che non ho testato. Tutto quello che trovi su questo sito viene dall’esperienza diretta. Ogni articolo lo firmo con nome e reputazione. Non ho una seconda faccia da salvare.

    Chi sono →

    Fonti normative: articolo 2120 del codice civile, legge 297/1982, articoli 17, 19 e 21 del TUIR, decreto legislativo 252/2005, legge 199/2025 (Legge di Bilancio 2026), deliberazione COVIP del 19 giugno 2026. Coefficienti di rivalutazione da indici ISTAT FOI. Aliquote e soglie verificate ad agosto 2026. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o del lavoro.

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